venerdì 6 dicembre 2019



Già dal titolo e  dalla copertina questo lavoro di Gianfranco ti porta con se in mondo garbato e gentile senza rinunciare a un pizzico di ironia che non si autocompiace ma ti tiene sul filo dell'emozione con una musica elegante ma decisa e parole profonde che raccontano storie e frammenti di vita senza mai scadere nel banale di cui molte canzoni sono drammaticamente piene. 


Un lavoro equilibrato, già dal primo splendido brano Bell'uomo giocato su suoni di grande livello  come negli altri a seguire, dove le collaborazioni con musicisti di qualità e di spessore rendono ogni brano piccole gemme che brillano. Un album - è bello chiamarlo album come si faceva un tempo - che è carezza ma anche graffio, passione ma anche sdegno nella notevole La bella Addormentata) dove racconta la sua terra con il dolore e la dolcezza che solo chi ama sa fare ed esprimere e negli altri dove Gianfranco affida ad ogni brano il compito di raccontare sia il privato che il pubblico senza mai cadere nell'autocommiserazione, senza lasciarsi andare a facili proclami e dove parole e musica si fondono e si rafforzano a vicenda e dove tutte le influenze e il vissuto musicale si fonde e crea un suono credibile come in brani intimi e circolari come Oltre il vetro e Another Day e la Canzone diventa matura e senza tempo e brilla di luce propria.


Si sente la mano fatata di Marcello Peghin dove le corde delle sue chitarre annodano tappeti preziosi di suoni vedi La misura delle mie distanze, l'assolo è notevole e sofferto (in tutti i sensi!),  il contrabbasso di Salvatore Maltana che batte il tempo come un cuore segnandone lo scorrere, il clarinetto di Paolo Carta Maltiglia che curva l'aria e tutt'intorno i passi delle percussioni di Paolo Zuddas,  le share drums di Roberto Polo e il cajon di Gabriele Peghin ad accompagnare la voce sempre suadente di Gianfranco.


Un gran bel lavoro che merita di essere ascoltato, che sa catturare l'attenzione senza mai essere invadente. Splendida la confezione, i disegni di Cinico Sechi e la grafica minimale ma essenziale di Manuela Spiaggia e Roberto Randine, proprio una bella storia. Regalatelo e regalateveLo.  M.P.L. 

venerdì 3 agosto 2018

Brigitte

Brigitte

Ad un certo punto ( la memoria ha ben altro a cui pensare per potersi ricordare anche la stagione o il mese) la mia vita incrociò quella di una donna che cercava l'amore. Era venuta dalla città per cercarlo: una turista forse, una pittrice probabilmente perché spesso, la vedevo fissare un punto imprecisato, come se un cavalletto invisibile, posto vicino a lei, raccogliesse i suoi pensieri e li trasformasse in segni.
Sapevo che molta gente veniva al mare per cercare l'amore e l'amore, specie d'estate è facile da trovare su una spiaggia dove il caldo ti spoglia, sul lungomare dove il rumore del mare aiuta a riempire certi silenzi o in un locale fumoso dove la musica è come una mano invisibile che unisce tutte le persone.
Per lei era ancora piu' facile in quanto tutta la sua persona, dai piedi ai capelli, sembravano disegnati sulla scia di un preciso desiderio di perfezione.
Lei cercava l'amore e questo, in un posto piccolo come quello, non poteva passare inosservato. A volte i ragazzi si andavano a sedere vicino alla Torre. Sembravano merci esposte. Lei vi passava davanti diverse volte, guardandoli, soppesandoli e mentalmente dando a loro un prezzo. Ma non sceglieva, non prendeva la mano di nessuno di loro e i ragazzi, invece di risentirsi, la guardavano con lo stesso sguardo carico di desiderio, in cuor loro pensando, che prima o poi lei avrebbe scelto.
Era il periodo dell'amore. Lei sembrava saperlo, mentre camminava davanti a loro, li superava, arrivava alla fine del molo e lì, dopo aver aspettato un attimo in piedi, si sedeva sulle reti e aspettava.
Poi ricominciava.
Venne da me un giorno. Gunther bussò alla mia porta con un sorriso così radioso che mai ebbi modo di rivedergli sul viso.
"C'è qualcuno che ti cerca", disse agitando le mani e disegnando una silouette femminile.
- Devo dire che ci sei o mi faccio passare per te?
Non si era accorto che lei era alle sue spalle e guardava con occhi trasparenti, dentro la stanza.
Sapevo di lei ma ancora non ci eravamo incontrati, l'avevo solo osservata da lontano, senza staccarla particolarmente dalle altre persone. Ma al mare, una persona sola è nuda, lo sguardo la isola immediatamente dalle altre.
- Sei tu quello che aspetta il mare?
La parole erano arrivate dalla porta e controluce non potevo vedere la bocca di donna che le aveva pronunciate.
Non sapevo da chi avesse potuto apprendere della mia attesa.
- Ti manda lui?
- Non sono obbligata a rispondere.
Stava ferma sull'uscio, il suo corpo mandava un'ombra lunga che riempiva la stanza e sembrava galleggiare sul pavimento.
- Perché non entri?
- Perché ancora non me lo hai chiesto.
- Entra allora.
- Sei sicuro di volerlo?
A volte quando si è soli in mezzo al mare è il sole sembra cadere sulla terra, i marinai perdono il senso d'orientamento e rimangono per minuti a guardare la rotonda distesa che li circonda. nessuno in quel momento ricorda il nord o il sud, nessuno ricorda di avere una casa. E' come se all'improvviso, quell'essenza che sta in ognuno di noi si liquefasse e il corpo, libero dalla carne e dalle ossa, scorresse sulla barca e diventasse acqua. E' l'ora in cui molti rinunziano alla vita e si lasciano cadere tra le onde offrendosi ai pesci.
Era quello che provavo mentre lei entrava nella stanza.
- Sei tu quello che aspetta il mare, non mi sono sbagliata.
- Si, sono proprio io, ti manda lui?
- No, il mare non ha bisogno di messaggeri, sa annunziarsi da solo. Ho saputo di te, volevo conoscerti.
- Mi chiamerà allora?
- Si, lo farà. Il mare mantiene sempre le sue promesse.
Cantava. La sua voce seguiva una musica ben precisa: prima bassa, quasi inaudibile e poi sempre più forte e quella melodia, quelle parole risuonano nella stanza che le rispondeva come un coro, un eco che ripeteva all'infinito:
" Qui ci vanno le parole di una canzone"
Ma non si fermava, non ancora, nonostante Gunther avesse preparato il te e, bussando con discrezione, faceva ingresso nella stanza con un tocco di finta piaggeria. Lei lo guardava, ferma sull'uscio senza smettere di cantare. Poi, lentamente, quasi volesse uscire di scena, si allontanava e non la seguivo, sapevo che non dovevo, aspettavo che la sua ombra la raggiungesse e si annullasse nel vuoto che lasciava.
- Devi trovare il modo di farla, non devi permettere che vada via.
Gunther mentre versava il te, continuava a parlare. Poi, rivolto verso di lei, batteva le mani. Lo so anche senza guardare il suo volto, che lei sorrideva per quell'applauso che sembrava rallentare i suoi passi.

Lei prese a tornare di tanto in tanto, precisa come una marea e costante come gli alisei. Lei era luna mentre ferma all'uscio domandava: "Ti ha chiamato?", attraendo verso se le mie dimensioni, allungandole, ingrossandole ed insieme riossigenandole permettendo al mio corpo di andare oltre la fatica snervante dell'attesa.
- Ti ha chiamato?
Aspettava la mia risposta mentre io guardavo la sua ombra, una piccola danza che sembrava sollevare il pavimento e portarlo con se, verso l'alto.
Pensavo di chiederle di sposarmi, ero curioso di immaginare la mia vita con una donna, addormentarmi e svegliarmi con lei, dividere il cibo, raccontare le mie storie e chissà che non sarei riuscito a risalire sopra una barca: il mare è più dolce quando sei di qualcuno che ti aspetta. Il mare amante come lo chiamava babbo, ti contende alla tua sposa, si insinua nella tua famiglia e ti pretende tutto per se. Vincerlo era allontanarsi e ritornare lasciando il desiderio e la malinconia perfettamente in bilico.
Ma nonostante tutto il tempo che mi dedicava non c'è n'era abbastanza per arrivare a chiedere qualcosa. Così mi lasciavo andare e risalivo la sua ombra. Col tempo ne vidi gli occhi e la bocca ed ebbi anche il tempo di fare delle passeggiate con lei. Ma non le chiedevo niente, chi appartiene al mare sa che esistono solo le risposte che non nascono dalle domande ma solo dalla voglia di dire qualcosa.
Mi convinsi che il mare avrebbe parlato dalle sua labbra e un giorno, quasi leggesse i miei pensieri, semplicemente, disse: "Sarà lui a parlarti, quando sarà il momento, non avrà bisogno d'altro".
Certe volte andavano sul promontorio dal quale si vedeva un po' di Francia e si stava lì a chiederci se non era il caso di salire su un battello e andare a farsi qualche pastis con i legionari.
- Mi piacerebbe cantare per loro, come dice il Poeta, vestita solo del fumo di una sigaretta, una Gauoloise, magari, dal fumo aspro e pungente.
Forse lo diceva per provocarmi, per indurmi a chiederle quello che sicuramente mi avrebbe dato. Davanti a noi le pietre dalla scogliera salivano fino ai monti bianchissime e levigate, io vi sentivo arrancare il suo cuore e stavo a guardarla, mentre sconsolata, seguiva con lo sguardo, la scia dei battelli che lasciavano il porto e puntavano verso quelle falesie bianche, così vicine eppure disperatamente lontane.
- In fondo tu ed io siamo uguali.
- Non è proprio così.
- Perché? Tu cerchi il mare ed io l'amore, non è la stessa cosa?
- No. Entrambi cerchiamo una cosa, è vero, ma il mare, come l'amore, ha un suo volto ben preciso. Se io o tu, fossimo quello che veramente stiamo cercando l'avresti capito subito e l'avrei capito anch'io.
E continuava a guardare rapita, quei tramonti di ruggine che ossidavano lo sguardo e sbriciolavano le sbarre che aveva davanti eppure non faceva quel piccolo passo che le avrebbe permesso di uscire da quella cella di desiderio dove si era reclusa.

Io la chiamavo Brigitte e lei sorrideva volgendo la testa verso il mare. Di profilo, con i capelli biondi chiusi nel foulard colorato, con gli occhiali scuri che nascondevano i suoi occhi alla luce, alla luce troppo chiara per i suoi ancora più del sole, sembrava proprio francese e quasi avresti detto di averla già vista da qualche parte, forse in un film, sicuramente in un film, di quelli in bianco e nero e che pure ti ricordi a colori.
- Brigitte - le dicevo - sei sicura di non chiamarti veramente Brigitte?
- Non ricordo piu' il mio nome, ma se è così che mi vuoi chiamare, sarò Brigitte, mon cher, tu es vraiment  foul!, ma non sono un'attrice, sono una cantante, una povera cantante da piano bar: le attrici, quelle vere, sono un'altra cosa.
- Canta per me allora.
- Non sono abituata a cantare di giorno, so cantare solo di notte, la luce mi fa stonare.
- A casa hai cantato l'altro giorno.
- Lì c'è la notte.
- Cosa vuol dire.
- Che nella tua stanza c'è la notte, mi piace la tua stanza, la tua casa così lunare, notturna dove la luce del giorno non arriva.
Allora mi offriva il braccio e aspettava che io lo prendessi. Lo facevo e lei si lasciava andare, poggiando la testa sulla mia spalla, sincronizzando il suo passo con mio e da lontano, chi ci guardava passeggiare sul molo avrebbe pensato, e a ragione, che si era proprio una bella coppia.
Ma le mattine, quando bussava leggermente alla mia porta e senza aspettare la mia risposta entrava in casa, aveva gli occhi gonfi come uno che avesse pianto e io abbassavo lo sguardo per non violare quel suo segreto dolore che pure mi offriva, senza timore, senza vergogna, come sapesse che comunque, quegli occhi gonfi e troppo chiari per il sole, li avrei amati, comunque amati.
E allora, lentamente, si spogliava dei vestiti e andava a sedersi sul divano davanti alla finestra.
- Dipingimi con le parole. Diceva, guardando verso la finestra e offrendosi nuda ai tasti dell'Olivetti, come se un pennello battesse sul foglio, gocce di parole che la ritraevano, in quella posizione che avrebbe fatto impazzire qualunque pittore.
La ritraevo con i grandi seni che contraendosi andavano su, aprendo la corolla dei capezzoli appena scuri, la ritraevo lasciando sul foglio righe bianche che ricordavano appena la sua pelle impalpabile come talco che la vestiva, come un vestito da sposa, e si lasciava andare come una sposa, vergine sopra lenzuola che aspettano, la fine di ogni innocenza.
Nuda, davanti al ritmo dei tasti della macchina da scrivere che lasciavano sul foglio, le parole del desiderio che cresceva e che riempiva, quel romanzo che lei diventava, minuto dopo minuto, ora dopo ora, fino al pomeriggio, quando le ombre la rivestivano e lei si alzava e diceva.
- Adesso, posso appartenerti? Adesso ti ho dato qualcosa di mio, voglio che tu mi dia del tuo. Voglio di te, quello che non ti appartiene.
Mi offriva i suoi fianchi.
E il suo corpo nudo abituato all'aria, aveva la confidenza elastica di chi non ha piu' paura. Chi avesse spiato da una feritoia della stanza e guardato il suo corpo spalmarsi sul mio, ci avrebbe chiamato amanti ed eravamo proprio degli amanti, degli splendidi amanti che non si negavano nulla.
Nulla.
Poi, prima di andare via, indugiava sulla porta e scuoteva la testa.
- Un giorno voglio vedere il mio ritratto. Me lo farai vedere vero?
- Si, ma tu devi promettermi che canterai per me, solo per me.
Rispondevo, guardando la pila dei fogli accanto alla 32,
- Sembrano lenzuola. Il giorno che mi sposo le porterò con me e saranno il mio solo corredo. Canterò per te, va bene?
Dalla camera accanto arrivava della musica, era Gunther che alzava apposta il volume del suo magnetofono per impedirsi di ascoltarci.
" E' una bella musica" diceva, ascoltando rapita quella melodia che Gunther aveva raccolto chissà dove. " Andiamo a ballare una di queste sere, mi piacerebbe ballare questa melodia".
Richiudeva la porta dietro di se e io non la seguivo con lo sguardo, non la spiavo sparire in quelle strade che l'imbrunire trasformava in pesci esposti al sole per seccare, non la seguivo perché continuavo a dipingerla, a dipingerla a memoria.


Mpl per BJ, c'est facile à retenir, difficile à oublier

venerdì 20 novembre 2015

Mi chiedo cosa sia la bellezza, cosa muove le nostre mani verso un fiore,le guance di di un bambino o sfiorare i capelli di una persona amata. No. Non voglio risposte. Voglio solo quella sensazione che ti afferra il cuore fino a rallentarlo e in quell'istante, sospeso tra la vita e la morte capisci che vivi solo per quello. Così sei tu, oltre il tempo e le cose,oltre il passato ed il futuro. Non so come chiamarlo. Mi basta sentirlo per sentirmi vivo.

domenica 30 agosto 2015

Adesso
In questo tempo in cui l’olio dell’indifferenza ci fa scivolare uno sull’altro
E davanti non c’è sempre il migliore ma il più ladro, il più cattivo, il più scaltro
In questo tempo di verità massacrate e di bugie adorate come il solo ed unico Dio
In questo tempo che secondo dopo secondo non è più tuo, neanche il mio
ti scrivo, graffiando una ad una le parole dalla parete del silenzio
Sfiorando il tuo corpo e adorandolo in ginocchio come un tempio
Ed aspettando il tuo respiro per prendere fiato e ricominciare
In questo tempo che ho dato tutto ciò che sapevo di poter dare
ti scrivo, liberando ogni parola dalla catena dell’amore
Perché vadano libere, trasparenti senza suono o un inutile colore
Così che sia difficile trovarle, fermarle, trasformarle in menzogna
In questo tempo in cui ci spogliamo in casa e nell’anima senza vergogna
di ogni nostro prezioso pensiero, anche dell’ultimo doloroso segreto
E giriamo, andiamo e attraversiamo i muri come uno spettro
Che non spaventa più nessuno - bruciando dentro - senza fumo
mentre nelle strade del nostro corpo il sangue è solo un pugno di fango
e tu, tu sei la sola per cui piango
in questo interminabile presente, la sola per la quale mi arrendo
L’unica dalla quale non mi nascondo, la sola arma da cui non mi difendo
Ora che non c’è un uscita, non c’è un ingresso
Soltanto per dirti che non ti amo ieri, ne domani
Ma che ti amo
Adesso.

mpl

tutti i diritti riservati, C TM by MPL 2015

mercoledì 14 gennaio 2015


Vanni Bisson, un eroe sardo

Tra qualche giorno sarà Sant’Antonio, il santo del fuoco e la Sardegna accenderà il falò per ricordare quel piccolo uomo che rubò il fuoco al Diavolo per darlo al freddo degli uomini.
Quel fuoco Vanni, quel fuoco tu lo hai preso tra le mani e donato alla tua gente perché non andasse perduto. Tu ed i tuoi compagni di quel giorno d’estate, siete scesi nell’inferno per dire ad ogni demone che nessuno avrebbe mai spento la civile ed onesta fiamma che arde in ogni Uomo.
Poco importa che fosse un giorno di fine luglio, perché per gli uomini come te, le stagioni si annullano e nella sofferenza, nel dolore, nel bisogno, è sempre inverno e tutti avevano ed hanno, oggi, come sempre, il sacrosanto diritto di goderlo, buono e domato a sciogliere il gelo degli uomini. Tutti hanno il diritto ad un estate senza paura ed ad un inverno clemente.

Quel fuoco non ha smesso mai di bruciare nell’incendio senza fine della tua vita. E non erano sempre fiamme visibili quelle che hanno arso la tua esistenza, non c’erano ceneri e carboni a significare la devastazione e nemmeno ferite che dilaniavano ancora il tuo corpo già dilaniato. Il tuo impegno civile rimane esemplare, la tua onestà una firma indelebile.
Quel fuoco Vanni, quel fuoco che partiva dal cuore e riscaldava la tua idea, il tuo lavoro la tua famiglia, quel fuoco Vanni, nelle persone che ti hanno conosciuto, mai ha smesso di ardere e noi siamo qui, adesso,a soffiare tutti insieme  il nostro respiro su quel resta del tuo essere stato insieme a noi, perché nulla vada perduto.
Eppure quel fuoco, quel fuoco Vanni, quel fuoco sacro come un sacrificio, ogni giorno dei tuoi giorni a volte era devastante, in  altre covava sotto un apparente spegnimento, ma sempre restituiva un calore che traboccava dal tuo vivere: dal tuo impegno civile, da quello familiare, da quello che era il tuo esistere orgoglioso della tua Tempio, della tua Gallura e della tua madre Sardegna.
Si dice, è forse è vero, che dopo un esperienza come la tua, quel giorno a Curraggia, tutto cambia per sempre. Ma quello che non ha cambiato e che è rimasto come un frangi fiamme a difesa dell’onore.Ci ha restituito con forza, quello che il fuoco pensava di aver bruciato ma, quel fuoco che ti ha portato via una parte del tuo corpo non ha potuto bruciare quello che avevi dentro. Inscalfibile.
Quel fuoco che ardeva nella tua compagna che solo qualche mese fa hai accompagnato in quel posto dove adesso la raggiungi ha continuato a bruciare anche se, e lo sappiamo, lei è stato l’ultimo rogo al quale affidare il tuo cuore perché eravate ed ora siete, una cosa sola.
Forse, ci piace crederlo e pensarlo, è stata la sua mancanza ad alimentare la passione che avevi dentro perché tra le tante prove, vivere senza di lei era qualcosa dalla quale non potevi difenderti aveva ragione Don Baingio Pes quando dice:

No si poni risistì
chisti dui estremi folti
lu ‘idetti è la me’ molti
lu no videtti è murì.



Le tue non saranno mai ceneri spente. Noi raccoglieremo l’ultima fiammella della tua vita e accenderemo mille e ancora mille fuochi di bontà e bellezza perché nulla vada perduto, nulla possa essere in ombra e al freddo in questo giorno e tutti gli altri che verranno.

giovedì 30 ottobre 2014

Non sempre, ma di tanto in tanto mi piace anche cazzeggiare del più e del meno. L'invito di Flavio Soriga, "vieni a Nuoro, inventati qualcosa," era irresistibile". Così ho buttato giù questa delirante orazione a favore del leggere responsabile visto che a volte, leggiamo in maniera sconsiderata scriviamo in maniera sconsiderata, esattamente come quando beviamo irresponsabilmente in maniera sconsiderata. Ma l'idea di un reading, a Nuoro, al corso, in una sera d'estate davanti a tanta gente era irresistibile. Così, sfidando la proverbiale suscettibilità barbaricina, l'Atene Sarda, le Grazie Deledda, i Satta (Bosti e Bobore) e I Fois e chi più ne ha più ne metta ho "Recitato" questa cosa che non è male. Fa ridere e anche un po pensare. Michele
.

martedì 28 ottobre 2014

Mi piace perdermi e ritrovarmi. Lasciare strade conosciute e prenderne altre di cui non conosco la direzione. Dopo il Sangue di Cristo, Le Botteghe, Labiritmica ed altre storie eccone una che si va a sistemare dentro quel percorso che nasce da un paese dal nome improbabile e  si allarga fino a contenere nuove emozioni. Spero di continuare a raccontare e di perdermi e ritrovarmi in questo fantastico labirinto che è la vita. Spero di continuare ad avere l’amicizia e l‘affetto di persone straordinarie che prendono le mie parole e le portano dopo io non potrei portarle.
Anche questo libro, come gli altri è parte della mia Bottega virtuale dove le parole sono dolci, ferro, legno, ceramica, tessuto, dove non si vende soltanto ma si espone, si offre  allo sguardo del visitatore quello che è il prodotto del mio lavoro. Lo stesso orgoglio, la stessa passione del pane carasau o dei pabassinos, lo stesso sapore del vino e dei liquori io cerco di metterlo dentro le parole che diventano storie e le storie un grande e sterminato mercato dove si incontrano tutte le buone cose del mondo.
Anche le nostre Botteghe del Labirinto sono una storia dove ognuno ha portato ciò che ha creato con passione e orgoglio, con amore e determinazione. Il dono più grande che mi/ci hanno dato è stato quello di riunire persone e storie che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. Hanno avuto il merito di convincere chi aveva dubbi e di rendere ancora più ostinati coloro che invece credono che non esistono distanze o barriere, muri o confini. Un piccolo paese, dilaniato da una crisi ormai secolare ha dimostrato che solo contando sulle proprie forze, sulla propria anima, si può veramente uscire da questo labirinto che non è solo a Luzzanas ma in ogni parte.
Per questo mi piace pensare che questo romanzo sia la continuazione ideale di questi tre giorni che abbiamo vissuto così intensamente, mi piace pensare che da questo momento tutto quello che faremo sarà esposto nelle prossime botteghe.
E vorrei, veramente vorrei che l'immagine che abbiamo dato di noi rimanga nel cuore di tutte le persone che da ogni dove sono venute a farci compagnia, ad onorarci dei loro passi. Dobbiamo essere fieri di questo, stringere ancora di più le nostre anime intorno ad un unico sentimento.
Non è retorica, no, ma semplicemente la sottoscrizione di un impegno che tutti dobbiamo impegnarci a rispettare.
Michele


  Principessina, un brano di Gianfranco Cossu   Cos’altro è la musica se non un bozzolo invisibile che avvolge un essere vivente ancora in...